Dalle fragilità alle possibilità: cultura e territori marginali

Dalle fragilità alle possibilità: cultura e territori marginali

Le Giornate della Soft Economy organizzate da Fondazione Symbola – che si sono svolte dal 20 al 22 novembre a Treia – sono state un’occasione per riflettere e confrontarci sul tema dello sviluppo delle aree interne che, come affermato da Fabio Renzi, segretario generale di Symbola, passa dal riconoscimento della forza delle comunità presenti. È da queste che può svilupparsi — in modo nuovo, consapevole, dirompente e persino gioiosoun territorio capace di rigenerarsi. Serve un genius loci generativo, capace di rimettere in moto energie e immaginari.

Uno snodo decisivo riguarda il rapporto con le nuove generazioni. Le comunità attive oggi devono essere generative non solo di una rinnovata coscienza del luogo per chi arriverà domani, ma anche di nuove forme di vita comunitaria. In questo processo, trasformare i beni privati in beni comuni diventa una leva cruciale: significa rimettere in gioco il patrimonio esistente, affrontando per esempio gli effetti della crisi climatica e le nuove condizioni — fragili e complesse — del ripopolamento contemporaneo.

Da sette anni, oltre a numerose sessioni di ArtLab, Fondazione Fitzcarraldo dedica un’attenzione particolare alle aree marginali, svolgendo attività di accompagnamento, formazione e consulenza in molte regioni — dal Piemonte alla Puglia, dalla Sardegna al Trentino. Questo impegno ci ha offerto un punto di osservazione privilegiato: operando a stretto contatto con gli attori territoriali, cerchiamo di portare all’attenzione degli stakeholder pubblici e filantropici ciò che davvero conta, per aiutarli a sviluppare approcci pertinenti rispetto ai bisogni reali dei territori.

In questi ecosistemi complessi esistono attori di testo — coloro che progettano, producono, immaginano — e attori di contesto, che costruiscono le condizioni perché quelle progettualità possano esistere. All’interno di un quadro complessivo di contrazione delle risorse e delle politiche culturali, le aree interne possono diventare dei veri e propri laboratori di opportunità.

Ma come si costruisce l’innesco? Gli eterogenei soggetti attivi nel mondo culturale e creativo giocano ruoli diversi ma complementari: gli artisti hanno la capacità di attivare nuovi immaginari e nuovi sguardi; gli operatori culturali sono gli ingegneri, gli architetti delle progettualità; le istituzioni rappresentano l’infrastruttura che può sostenere e rendere possibili i processi; le ICC, intese nella loro accezione più ampia, aumentano l’attrattività dei territori e portano innovazione. Tutti insieme possono alimentare una nuova consapevolezza sulla sostenibilità e sulla cura del territorio, dove la cultura può essere davvero una leva strategica di cambiamento.

Perché questa potenzialità stenta a dispiegarsi pienamente, nonostante i successi di alcune esperienze e una presenza sempre più diffusa di buone pratiche?  Perché amministratori, operatori sociali ed economici faticano sovente a credere e investire nel ruolo trasformativo della cultura? Quali sono i nodi critici legati alle difficoltà di contesto e quali dipendenti dalla pratiche e dalle forme di intervento degli operatori culturali? 

Alcune criticità appaiono riproporsi sistematicamente: l’assenza o la debolezza di politiche pubbliche programmatiche di lungo periodo; investimenti concentrati su progetti-vetrina più che su elementi qualificanti di strategie; la compartimentazione degli interventi;  l’assenza di standard minimi di servizi culturali; un sistema culturale sfibrato da modalità di finanziamento inadeguate e cicli di vulnerabilità cronica che permeano la condizione di precarietà delle risorse umane; processi di progettazione culturale costretti a logiche da progettifici; una comunicazione digitale poco orientata alla creazione di valore e identità a favore di attività di mera promozione di eventi.

In questo quadro servono condizioni abilitanti chiare: stabilizzare i processi; costruire reti territoriali solide sostenute nel tempo; passare da una logica di intervento per progetti a una prospettiva di programmi; perseguire un impatto reale sui territori; rafforzare gli enti e le agenzie pubbliche territoriali; favorire a tutti i livelli  la cooperazione e l’aggregazione di invece della competizione. E, sul fronte economico, avere il coraggio di sperimentare modelli ibridi di finanziamento: non solo risorse pubbliche e filantropiche, ma anche investitori di impatto e forme innovative di sostegno.

In sintesi la condizione necessaria, anche se di per sè non sufficiente, è superare i confini angusti delle pratiche, delle forme e degli strumenti di intervento tradizionali e andare oltre. Solo così la cultura potrà dispiegare quella forza generativa nella quale fortemente crediamo.


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